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Il Piroscafo Mazara

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 Qui vi narro come avvenne che i miei genitori si conobbero nel Giugno del 1940.

IL PIROSCAFO

di Pippo Vetri

Anche in quella tiepida mattina di giugno il capitano, uscito dal porto di Favignana, cominciava a costeggiare l’isola

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per poi virare lentamente dirigendo la prora della nave verso il Canale.

Dietro il ponte di comando si drizzava la bianca ciminiera decorata con strisce azzurre come quelle che ornavano la prua; da essa usciva un pennacchio di fumo, segno tangibile del lavorio del vapore.

Da ponente intanto si mise a soffiare un venticello teso che a tratti rinvigoriva e accresceva il moto ondoso.

La snella e affilata prua del Piroscafo danzava al ritmo delle onde che di tanto in tanto si rompevano sulla poppa slanciata disperdendosi in una nube di schiuma e contribuendo ad accentuare il rollio.

Il capitano, in previsione di un possibile peggioramento del tempo, inviò i marinai a fissare le manovre mobili e chiamato il nostromo gli diede disposizione di controllare che nell'area riservata ai passeggeri non ci fosse nulla che potesse muoversi pericolosamente.

I passeggeri diretti a Marettimo erano veramente pochi.

Seduto vicino ad uno degli ingressi del salone stava un militare, bruno, mingherlino, leggermente stempiato, indossava una divisa grigio-verde della Guardia di Finanza su cui spiccavano i gradi di vicebrigadiere.

Era la prima volta che andava per mare e perplesso riandava con il pensiero al suo passato.

Era nato in un antico paese montano della Sicilia e lì era cresciuto e aveva vissuto tra quei monti i suoi primi

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vent’anni. Poi spinto dalla necessità aveva cominciato a guardare al di là del suo mondo verso la pianura per trovarvi la soluzione dei suoi problemi. Aveva provato ad inserirsi nel mondo del lavoro adattandosi a diverse occupazioni ma questi tentativi si erano rivelati inutili, finchè gli si offrì l’opportunità di arruolarsi nella Regia Guardia di Finanza.

La scuola allievi del Corpo era a Predazzo un paesino del Trentino e li’ egli trascorse un lungo periodo di tempo adattandosi all’ambiente tra la neve, il fango ed i torrenti alpini; imparò a sciare e ebbe l'occasione di coltivare una certa sua passione per la musica, infatti entrò nell'organico della banda musicale suonando il trombone come era uso a fare nella banda del suo paese. Finita la scuola allievi, fece la domanda per essere ammesso alla scuola sottufficiali. E così dalle Alpi trentine si trasferì a Roma. Alla fine del corso, con i gradi di vicebrigadiere, fu destinato, per ironia della sorte, a comandare la brigata dell'isola di Marettimo.

“Marettimo, la più lontana delle Egadi, separata dalla terraferma dallo Stretto di Sicilia spesso burrascoso, con forti probabilità di restare isolati anche a lungo; ma, tutto sommato, meglio andare lì che essere destinati in Grecia o in Albania, e poi anche quella è una montagna seppur circondata dal mare ed i suoi abitanti anche se pescatori sempre cristiani devono essere”.

Mentre questi pensieri gli passavano per la testa, la sua attenzione veniva attratta da una scena familiare: poco distante era seduta su un divano una donna bruna, dai lineamenti un po’ duri che si stemperavano sull’ovale del volto, i capelli corvini raccolti sulla nuca con una crocchia intrecciata; era una figura austera espressione di un carattere risoluto. 

Attorno a lei ruotavano, come usano fare i pulcini con la chioccia, le tre figlie, due ancora bambine con le trecce adornate da nastri rosa e bianchi, l’altra più grande, appena uscita dall'adolescenza, dal pallido viso rotondo, incorniciato da una chioma castana ondulata e a tratti mossa da lunghi ricci scomposti, sul quale spiccavano due grandi occhi un po’ tristi. Aveva appena conseguito il diploma magistrale e finalmente poteva ritornare nella sua isoletta, tanto amata e tanto desiderata nei lunghi inverni trascorsi a Trapani.

Le ragazze erano inquiete, forse perché cominciavano ad avvertire il movimento del piroscafo e cercavano conforto nella madre non meno preoccupata di loro anche se nulla faceva trapelare.

Il vicebrigadiere si alzo’, un po’ per sgranchirsi le gambe, imprigionate negli stivali d’ordinanza, e un po’ per soddisfare una certa incipiente curiosità; fece un giro per il salone, si affacciò più volte sul ponte, avvicinandosi pian piano alle donne.

Un’ondata più energica delle altre impresse alla nave un brusco movimento di beccheggio che fece tremare i vetri degli oblò e fece perdere l’equilibrio alla ragazza più grande; il vicebrigadiere che si trovava ormai nei pressi accorse a sostenerla impedendole di cadere.

“ Oh! La ringrazio e mi scusi “ balbettava arrossendo, mentre si allontanava da quel contatto estraneo avvicinandosi ancor di più alla madre che, abbandonato per un momento il suo riserbo, la rimproverava per la sua imprudenza: “state assettate supra u’ strapuntino, figlie mie, ca c’è mare e un c’è risetto. A nautru pizzuddu semu a’ Furitana, raccomandiamoci alla Madonna”.

Il vicebrigadiere impressionato da quella esternazione un pò in " italiano " e un pò in dialetto, in parte a lui incomprensibile, e sorpreso da un’altra sbandata dello scafo si andò a rifugiare in un angolo, si sedette su una poltrona in attesa degli eventi perchè gli effetti del beccheggio e del rollio cominciavano a farsi sentire.

Il Piroscafo, avendo lasciato l’isola di Favignana a poppavia, avanzava in pieno Canale verso Marettimo; il comandante esperto conoscitore di quel mare, dopo decenni di navigazione al comando delle navi societarie, seguiva la rotta meno disagevole; il vento largo gonfiava il mare e la corrente contribuiva assai ad esasperare il moto ondoso.

Il fumo si disperdeva in volute sempre più ampie imbrattando l’azzurro del cielo e lasciando una traccia scura che contrastava con la bianca scia spumeggiante che si disegnava sul blu’ del mare a poppa del piroscafo.

L’equipaggio, pur impegnato nella navigazione, era in fermento per le notizie trasmesse dalla radio: La dichiarazione di guerra era stata consegnata agli ambasciatori di Francia e di Gran Bretagna. L’Italia poteva andare in cerca del suo posto al sole. Il Mediterraneo le si apriva davanti per la gloria dei suoi condottieri.

I marinai pensavano meno alla gloria e molto di più alla possibilità di essere richiamati per la guerra sul mare, mare che consentiva loro di vivere ma che poteva trasformarsi in un campo di battaglia. Già in tempo di pace “nel mare non c’è taverna”, figuriamoci in tempo di guerra!

Il vicebrigadiere turbato dal mal di mare e dalla notizia appena appresa, pensava con un pizzico di nostalgia alle sue montagne, al suo paese annidato sulla vetta come l’avvoltoio da cui prende il nome, ben lontano dai fremiti che si diffondevano nella pianura. Ma vinta quella momentanea debolezza, il suo pensiero corse al lavoro che lo attendeva sull’isola, avamposto in un mare che sarebbe divenuto ancora più burrascoso al soffiare dei venti di guerra.

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Eccola lì l’isola, la sua montagna occupa ormai gran parte dell'orizzonte dispiegandosi in tutta la sua maestosità da Basano al Castello. I gabbiani volteggiano nel cielo portati dal soffio del vento, il loro verso stridulo echeggia monotono mentre si tuffano di tanto in tanto nel mare alla ricerca di cibo; frotte di piccoli pesci volanti guizzano sulle onde per sfuggire agli uccelli, il sole alto nel cielo illumina quel paesaggio surreale riscaldando quel lembo di terra cinto dal mare ed i suoi abitanti che si affollano sul molo in attesa dell'arrivo della nave. Il Piroscafo rallenta la sua corsa, si ferma, attracca alla boa in rada allo Scalo Vecchio.

La barca adibita al traghettamento spinta dalle vogate poderose dei pescatori si approssima allo scalandrone e raggiunge la nave. Con abilità i marinai ed i pescatori riescono a tenerle affiancate ed inizia lo sbarco dei passeggeri che passano non senza affanno dalla scala della nave ai banchi della barca assistiti dai marinai. Sbarcati anche i bagagli l'imbarcazione si affretta a raggiungere le acque tranquille dello scalo.

La caserma della Regia Guardia di Finanza, Delegazione di spiaggia era situata alla sommità di una strada in salita. Una scala ripida consentiva l’accesso ad una sala su cui si aprivano le porte degli uffici e da cui si accedeva agli altri locali. Sul retro le finestre protette da robuste inferriate si aprivano su un’altra strada che scendeva verso il mare interrompendosi su una piazzetta intitolata ai Caduti della I Guerra Mondiale.

Con l'inizio della guerra per gli isolani cominciò un periodo di ristrettezze e di disagi. I collegamenti con la terraferma e la possibilità di procurarsi generi di prima necessità diventavano più precari; il rischio di subire incursioni aeree non poteva essere trascurato e comunque la vita sarebbe stata condizionata dagli eventi bellici. Molti marettimari erano in Libia e altri erano imbarcati sulle navi militari.

La difesa dell'isola era affidata ad un contingente della Marina insediato nel Castello di Punta Troia, dotato di una postazione antiaerea ed ai finanzieri con cui collaborava una ventina di marettimari richiamati per assicurare la sorveglianza delle coste.

La guerra nel Mediterraneo iniziò ben presto con scontri navali ed aereonavali; le correnti marine di tanto in tanto spingevano sulla riva oltre ai relitti anche le spoglie mortali dei marinai e degli aviatori che, se la risacca non le trascinava via, venivano recuperate, identificate ed inumate nel cimitero.

Iniziarono le incursioni aeree che costringevano gli isolani a sfollare sulla montagna per trovare nelle grotte rifugio dai mitragliamenti; nel tentativo di ridurre i rischi vennero imposte le norme per l'oscuramento che comportava la riduzione della illuminazione pubblica nelle ore serali e notturne e la schermatura delle finestre delle case per impedire la visione della luce dall'esterno.

Il vicebrigadiere si dedicò con impegno alle attività ordinarie della brigata ed ai doveri imposti dalle necessità belliche. Organizzò i richiamati per la sorveglianza delle spiagge e dei siti più sensibili: Il faro e gli scali.

Espletava con dedizione e puntigliosità gli incarichi di sua competenza che occupavano gran parte del suo tempo, ma non potè fare a meno di notare che la ragazza incontrata sulla nave abitava in una casa prospiciente la piazzetta dei Caduti.

E notò pure, incontrandola per strada, che non era indifferente alle occhiate circospette che lui le lanciava.

Fu l'inizio di un dialogo muto che si intrecciò lungo quella strada che saliva sino alla caserma: fatto di sguardi furtivi, di struggenti sospiri anche quelli emessi in gran segreto perchè una regola severa di quel tempo vietava ai finanzieri di avere legami affettivi nella località in cui svolgevano il loro servizio, pena il trasferimento immediato.

Il vicebrigadiere, convinto d’aver trovato l’anima gemella e certo ormai dei suoi sentimenti, dichiarò le sue intenzioni alla famiglia. Arrivato anche il consenso del padre della ragazza che era negli USA, egli cominciò a frequentare con assiduità e con discrezione quella casa che si affacciava sulla piazzetta e fu ammesso alla vita di relazione di tutto il parentado.

La possibilità di partecipare alla vita della comunità contribuì a sollevargli il morale e forse per manifestare questa positiva disposizione d’animo si fece crescere dei simpatici baffetti .

I promessi sposi per sfuggire alla curiosità facevano lunghe passeggiate fuori paese lungo la strada sterrata che andava alla cappella della Madonna del Rotolo, accompagnati come consuetudine da una vigile scorta, per lo più le piccole sorelle.

Era piacevole sostare sul sedile di pietra prospiciente la cappella e lì trascorrere una parte delle serate ancora quiete mentre le allodole e le vispise andavano svolazzando intorno in cerca di cibo.

Quando la risacca incalzava sugli scogli anneriti dal tempo respiravano, tra il rimbombo delle onde che proiettate negli anfratti lanciavano in alto getti di schiuma, l'aria salmastra odorosa di alghe .

Quando la comitiva era più numerosa si spingevano sino al Faro o alla Case immersi in una spensieratezza fugace che si alimentava di speranze e di illusioni.

Con il passare del tempo la novella amorosa si diffuse di porta in porta e fu sempre più difficile tenerla celata specialmente agli intriganti che iniziarono una corrispondenza epistolare anonima con il comando della Guardia di Finanza. Era soltanto questione di tempo, l'ordine di trasferimento non tardò ad arrivare e così il vicebrigadiere fu costretto a separarsi dalla fidanzata, dovette riattraversare il Canale e raggiungere la nuova destinazione di Torre Nubia.

Ma la storia non finisce qui; la tenacia e la certezza dei loro propositi superarono anche quell’ostacolo e tanti altri ancora finchè raggiunsero la meta.

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